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Caccia ai reni

31.03.2008   

Carla Del Ponte
Ancora prima della sua uscita ufficiale “La caccia”, il nuovo libro di memorie di Carla del Ponte, ha suscitato più di una polemica. In particolare in merito ad un presunto traffico di organi ai danni di prigionieri serbi durante la guerra in Kosovo. L'opinione di Dejan Anastasijevic
Di Dejan Anastasijević, 27 marzo 2008, Vreme (titolo orig.: «Lov na bubrege»)


Traduzione a cura della redazione di Osservatorio sui Balcani


Le memorie dell’ex procuratore del Tribunale dell’Aja Carla Del Ponte intitolate “La caccia” hanno suscitato una bufera per tutta la ex Jugoslavia prima ancora che venissero pubblicate. In questi giorni, tuttavia, un episodio che la Del Ponte nomina del tutto di passaggio è giunto sui titoli di tutti i media serbi: si tratta del presunto espianto di organi su persone vive a fini di vendita sul mercato illegale durante la guerra del Kosovo nel 1999.

La Del Ponte nel libro scrive che “da fonti giornalistiche affidabili” il suo team investigativo è venuto a sapere che circa trecento serbi del Kosovo, rapiti durante la primavera del 1999, furono trasferiti nel nord dell’Albania. Questi prigionieri all’inizio furono rinchiusi in campi in luoghi come Kukes e Tropoje. Secondo le fonti dei giornalisti, i prigionieri più giovani e vitali ricevevano cibo e nessuno li ha mai picchiati, ma poi furono trasferiti nel carcere della cittadina di Burelj, a metà strada tra Tirana e Tropoje. Un gruppo di prigionieri fu incarcerato in una baracca dietro una “casa gialla” a venti chilometri a sud di Burelj, e una stanza di questa “casa gialla”, come hanno descritto i giornalisti, serviva da sala operatoria in cui i chirurghi estraevano gli organi ai prigionieri. Gli organi in seguito, attraverso l’aeroporto di Rinas nei pressi di Tirana, venivano inviati alle cliniche chirurgiche all’estero dove venivano impiegati per essere impiantati ai clienti paganti. Le vittime, private di un rene, venivano di nuovo rinchiuse nella stessa baracca fino al momento in cui venivano uccise perché gli venissero tolti gli “altri organi vitali”. “In questo modo, gli altri prigionieri della baracca sapevano quale sarebbe stato il loro destino e, secondo queste informazioni, terrorizzati pregavano per far sì che venissero uccisi subito”, riporta il testo della Del Ponte.

La Del Ponte afferma che gli investigatori del Tribunale e dell’UNMIK, con i giornalisti e un magistrato albanese, sono andati nell’Albania centrale all’inizio del 2003, dove hanno visitato la “casa gialla”, indicata dalle fonti come il luogo in cui venivano uccisi i prigionieri. “La casa adesso era bianca, il proprietario ha negato che sia mai stata riverniciata, nonostante gli investigatori avessero scoperto delle tracce di colore giallo lungo i bordi del muro. Gli investigatori hanno trovato anche delle parti di materiale sanitario e bottigliette vuote di medicinali, tra cui anche quelli impiegati di solito negli interventi chirurgici per rilassare i muscoli”, descrive l’ex procuratore. Tuttavia, afferma la Del Ponte, alla fine non sono state raccolte prove sufficienti per avviare l’indagine.

Questa storia morbosa non solo è stata per giorni la notizia numero uno sui media serbi, ma è stata presa per certa e arricchita di ulteriori dettagli. L’associazione delle persone rapite e disperse del Kosovo ha annunciato che denuncerà Del Ponte per aver coperto i crimini, mentre la procura speciale per i crimini di guerra di Belgrado ha annunciato un’indagine. Si è fatto sentire anche il portavoce del Corpo di difesa del Kosovo, organizzazione di para-polizia formata dagli ex membri dell’Esercito di liberazione del Kosovo, il quale ha dichiarato che la Del Ponte semplicemente “sta mentendo” e che le sue affermazioni sono “assurde”.
Vreme

Anche un semplice sguardo a questa parte di “La caccia” suscita molte più domande che risposte. I medici che “Vreme” ha consultato hanno preferito rimanere anonimi nel commentare quanto dice il procuratore, ma ritengono che estrarre un rene per il trapianto sia una impresa chirurgica complessa e che è difficile eseguirla al di fuori di cliniche ben attrezzate, così come lo stesso trasporto degli organi, la loro vendita e il trapianto comportano numerosi altri problemi. “Tutto è possibile se dietro di voi avete un’organizzazione di alta qualità, l’accesso a data base medici e molto denaro”, dice uno dei medici che vanta una lunga esperienza all’interno dell’Organizzazione mondiale della sanità. Tuttavia, sorge la domanda su come sia stato possibile che una tale impresa criminale, che per sua natura avrebbe dovuto includere un grande numero di collaboratori, sia rimasta fino ad ora invisibile.

Al tribunale speciale per i crimini di guerra dicono che sono pronti ad aprire un’indagine se otterranno ulteriori informazioni. Tuttavia, affermano anche che nei processi condotti fino ad ora nessun testimone ha mai nominato l’estrazione di organi umani a fini di vendita.

D’altra parte, il traffico illegale di organi, e in particolare di reni, è un affare proficuo che spesso riceve l’attenzione dei media, ma nei casi fino ad ora confermati i donatori hanno partecipato volontariamente, per soldi. A dispetto di molte storie che circolano per il mondo su persone che dopo essere state drogate si sono in seguito svegliate con una cicatrice e senza un rene, nessun caso di questo genere è mai stato confermato né oggetto di un processo. La vendita di organi è ovunque nel mondo proibita, benché ci siano paesi (per esempio l’India, il Pakistan e la Turchia) dove esiste tale prassi.

La storia di Carla del Ponte ha risvegliato il ricordo di molte storie simili che il sottoscritto ha avuto modo di sentire durante la guerra in Bosnia e in Croazia, tutte inesatte. Durante l’assedio di Vukovar, la stampa croata era piena zeppa di testi su come il reparto medico della JNA (esercito popolare jugoslavo, ndt.) estraesse dai prigionieri e dai morti gli organi e di come poi venissero trasportati coi frigoriferi a Belgrado, ma tutte queste storie si sono dimostrate una vergognosa propaganda di guerra. Con buona probabilità si può ritenere che le affermazioni di “giornalisti affidabili” che la Del Ponte ha incluso nel libro appartengano a questa identica categoria.

Con tutto ciò, ovviamente, non si vuol dire che durante la guerra in Kosovo non ci siano stati molti crimini ma forse non così attraenti per i media. Le persone i cui cari sono scomparsi durante la guerra in Kosovo, e i cui corpi fino ad oggi non sono ancora stati trovati, hanno sofferto abbastanza anche senza che la Del Ponte, con l’aiuto dei media locali assetati di sangue, gli metta in testa queste cose. Dall’aver inserito questo episodio nel libro, così come la trasmissione acritica dello stesso, non si può concludere diversamente che si tratta di una cosa senza sentimenti, amorale e dannosa.
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