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Mustafic e Nuhanovic contro l'Olanda

23.06.2008   

L'ingresso al quartier generale delle forze olandesi a Potočari
Si è aperto all'Aja il processo intentato da alcuni sopravvissuti contro lo Stato olandese per non aver protetto i civili a Srebrenica nel luglio del '95. L'improvvisa sostituzione del giudice che aveva seguito per tre anni il caso. Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Da L'Aja scrive Chiara Bonfiglioli

Alma Mustafic è una giovane donna dai capelli scuri e gli occhi chiari. Alma è divenuta cittadina olandese, cittadina dello Stato i cui soldati hanno assistito al massacro di Srebrenica senza intervenire. Con perfetta padronanza della lingua si rivolge alla corte civile dell’Aja, chiedendo rispetto e giustizia per suo padre, Rizo Mustafic, elettricista impiegato dal battaglione olandese di stanza a Srebrenica, e mandato a morire insieme agli altri il 13 luglio 1995.

Davanti alla corte civile dell’Aja, in Prins Clauslaan, lunedì 16 giugno si è riunito uno sparuto gruppo di attivisti per i diritti umani con uno striscione, su cui sono scritti gli 8.000 e più nomi dei morti e dispersi bosniaci. Vi è anche una rappresentanza dell’associazione Donne di Srebrenica, la cui causa contro lo Stato olandese sarà discussa nei prossimi giorni.

All’interno della sala, da un lato siede la rappresentanza dello Stato olandese, dall’altra i familiari di Rizo Mustafic, la moglie Mehida e i due figli Damir e Alma, insieme con Hasan Nuhanovic, un altro sopravvissuto della strage, oltre ad avvocati e simpatizzanti bosniaci e olandesi.

Hasan Nuhanovic è una figura chiave del processo: impiegato come interprete dai soldati olandesi, testimone oculare degli eventi ed autore del libro “Under the UN flag”, Hasan accusa lo Stato olandese – tramite i suoi soldati - di avere lasciato morire la sua famiglia durante la strage di Srebrenica.

Per capire come è stato istruito questo caso, Mustafic e Nuhanovic contro lo Stato olandese, è necessario fare un passo indietro. Molti sanno della presenza olandese a Srebrenica e del fatto che gli olandesi non impedirono il massacro di circa 8.000 ragazzi e uomini da parte delle forze comandate dal generale Ratko Mladic. L’Olanda si è giustificata dicendo che il battaglione, sotto mandato ONU, non aveva potuto agire diversamente ed anzi, sacrificando i ragazzi e gli uomini, avrebbe “salvato donne e bambini”.

L’avvocato Liesbeth Zegveld, nella sua arringa, cerca invece di provare che i generali olandesi di stanza a Srebrenica avrebbero potuto salvare molte persone in più, ed in particolar modo Rizo Mustafic e la famiglia di Hasan, membri dello staff impiegato nella base di Potocari.

Un processo scomodo

Cerimonia funebre, Srebrenica - Rudi Della Bartola
Prima di entrare nel merito e nei dettagli del caso, con un’arringa durata oltre tre ore, l’avvocato Zegveld ha denunciato il fatto che il giudice che aveva seguito il caso per 3 anni è stato improvvisamente sostituito prima della fase finale del processo. Apparentemente questo giudice si mostrava più attento degli altri alle ragioni dei parenti delle vittime. La sua sostituzione, motivata con futili motivi, e la sostituzione di un altro dei 4 giudici, ha spinto l’avvocato e le famiglie a dubitare della imparzialità del processo.

Il caso Srebrenica è particolarmente scomodo per l’immagine delle forze armate olandesi, un governo è caduto dopo la pubblicazione dell’inchiesta della commissione parlamentare nel 2002 e secondo diversi osservatori l’Olanda mira a chiudere la faccenda al più presto.

Entrando nel merito del caso, Zegveld ha ricordato come il codice di guerra olandese, cosi come le leggi internazionali, proibisca di esporre altre persone alle rappresaglie ed alle persecuzioni dei nemici, quando si è a conoscenza del fatto che un rischio esista. Questo vale per lo staff bosniaco che lavorava nella base militare di Potocari.

Nella notte tra il 10 ed l’11 luglio 1995, la popolazione assediata a Srebrenica, venuta a conoscenza di un possibile attacco da parte delle forze serbo-bosniache, si diresse in massa verso la base olandese di Potocari, a circa 6 km da Srebrenica. Circa 6.000 persone vennero sulle prime lasciate entrare nella base olandese, mentre altre migliaia di persone arrivate più tardi non vennero lasciate entrare.

In questa successione di eventi si deve forse leggere un ordine arrivato dall’alto, o in ogni caso decisioni contraddittorie (perché lasciare entrare quei 6.000 se non si poteva o voleva difendere la popolazione civile?). Alle persone rimaste fuori, gli olandesi dissero che avrebbero lasciato entrare solo “donne con bambini piccoli” (nonostante nella base ci fosse ampio spazio per ospitare un maggior numero di rifugiati, come ricorda Hasan nella sua testimonianza).

Di fatto, l’11 luglio sera vi erano quindi circa 6.000 rifugiati all’interno della base, e molte migliaia al di fuori, nello spiazzo antistante. Il 12 luglio mattina, mentre era ancora in corso un incontro tra una delegazione ONU e Mladic a Bratunac, le forze serbo-bosniache circondarono la base, e dal pomeriggio e nella notte tra il 12 e 13 luglio cominciarono a separare le donne dagli uomini, a deportare le donne sugli autobus e ad uccidere uomini e ragazzi nelle vicinanze dalla base. Le persone rifugiatesi all’interno, nel frattempo, erano ignare di quel che avveniva fuori, e si credevano in salvo, perché nulla veniva loro detto sulla sorte dei rifugiati all’esterno.

Hasan sostiene che gli olandesi sapessero cosa stava avvenendo, anche perché c’erano cadaveri appena al di fuori dell’ingresso della base. Il 13 luglio, i responsabili olandesi dissero alle 6.000 persone rifugiatesi all’interno della base di Potocari che dovevano cominciare a uscire, “per gruppi di 5”, mandando di fatto a morire gli uomini e i ragazzi che si trovavano all’interno.

Diritto di vita e di morte

In questo contesto si colloca l’azione legale di Hasan Nuhanovic e della famiglia Mustafic. Il lasso di tempo trascorso tra il 12 ed il 13 luglio non lascia dubbio sul fatto che gli ufficiali olandesi Karremans e Franken sapessero che non c’era sopravvivenza possibile al di fuori della base (come dimostrano alcune dichiarazioni degli stessi durante la commissione parlamentare d’inchiesta).

Gli olandesi stessi avrebbero compilato una lista di 29 nomi che includeva personale bosniaco impiegato nella base e familiari dello staff, da portare con sé al momento dell’evacuazione della base.

L’avvocato Zegveld ha sostenuto che lo Stato olandese non solo aveva pieno controllo della situazione all’interno della base, dato che le forze di Mladic si tenevano al di fuori di questo spazio, ma anche che lo Stato olandese doveva proteggere il personale impiegato nella base, e quindi rifiutare di farlo uscire sapendo che sarebbe incorso in persecuzioni ed esecuzioni.

Nonostante fosse su questa prima lista di 29 persone, Rizo Mustafic sarebbe stato costretto ad uscire perché non aveva il pass delle Nazioni Unite, mentre tale pass non era una precondizione per partire con il battaglione olandese. Il fratello di Hasan, invece, sarebbe stato fatto uscire dagli ufficiali, secondo l’avvocatura dello Stato, per non disattendere il “principio di equità” con gli altri rifugiati che non avevano avuto la fortuna di trovare rifugio nella base!

Gli avvocati delle vittime hanno mostrato indignazione di fronte a questa argomentazione, facendo un paragone con la Shoah e ricordando che nessuno oserebbe rimproverare agli ebrei superstiti di essere stati “privilegiati” rispetto agli altri. In sostanza, i generali olandesi avrebbero potuto decidere di salvare le persone all’interno della base, e lo staff in particolare (Medici senza frontiere, infatti, portò con sé il proprio staff bosniaco ed i familiari dello staff).

L’avvocato Zegveld, inoltre, accusa gli ufficiali olandesi, e quindi lo Stato, di non avere informato le Nazioni Unite delle esecuzioni del 12 luglio, di cui erano a conoscenza.

L’argomento secondo cui il comando dipendeva dalle Nazioni Unite, poi, non regge dal momento che i generali prendevano decisioni autonome, in consultazione con il Ministero della Difesa olandese, che avrebbe approvato tutte le loro azioni.

Tutta l’argomentazione di Zegveld, in sostanza, si basa sul fatto che lo Stato olandese aveva la responsabilità delle proprie forze armate, nonostante la missione ONU, dal momento che tutti i poteri militari non erano stati trasferiti all’ONU.

Lo Stato olandese, quindi, si sarebbe macchiato di “grave negligenza” (gross negligence) ed avrebbe quindi la responsabilità (liability) di risarcire le famiglie delle vittime, tanto più che non vi sono tribunali ONU che possano effettuare risarcimenti, e sono quindi gli Stati membri che se ne devono incaricare.

Il battaglione olandese avrebbe quindi cooperato con le forze che mettevano in atto la pulizia etnica, e non avrebbe protetto il proprio staff bosniaco, nonché le persone rifugiatesi nella base, che si credevano per questo in salvo.

Testimonianze

Donne di Srebrenica a Tuzla (foto Gughi Fassino)
Hasan Nuhanovic, dopo avere ricostruito dettagliatamente la dinamica degli eventi, con l’aiuto di carte topografiche, ha testimoniato del suo ingrato ruolo di traduttore, incaricato di annunciare ai rifugiati che sarebbero dovuti uscire dalla base.

“Ho detto loro che le donne ce l’avrebbero fatta, mentre uomini e ragazzi sarebbero tutti morti”. Hasan ha inoltre notato come i militari che presidiavano l’esterno della base fossero in t-shirt e disarmati, mentre quelli all’interno, che avevano a che fare con i rifugiati, fossero armati ed in divisa.

L’avvocato Zegveld ha ricordato come la “grave negligenza” nei confronti dei rifugiati sia anche da collocare nel contesto di razzismo del battaglione olandese verso i musulmani di Srebrenica.

Mentre le forze armate serbo-bosniache apparivano ben vestite e tutto sommato “ragionevoli”, i rifugiati, dopo anni di assedio a Srebrenica, puzzavano, rubavano cibo e apparivano disperati, e questo avrebbe influenzato la condotta dei soldati olandesi.

Come ha ricordato l’artista Sejla Kameric nel suo lavoro “Bosnian girl”, un graffito lasciato da un soldato olandese di stanza a Potocari recitava: “No teeth...? A mustache...? Smel like shit...? Bosnian Girl!”.

Hasan ha raccontato di aver cercato in tutti i modi di convincere gli ufficiali olandesi a salvare la sua famiglia, il fratello minore di 20 anni ed i genitori. “Gli ho chiesto di salvare almeno mio fratello, dato che chiedere di salvare tutti sembrava chiedere troppo”.

Di fronte al rifiuto olandese, la famiglia sarebbe quindi partita verso l’uscita. A quel punto Franken, incrociando la famiglia quasi all’uscita della base, avrebbe annunciato all’ultimo momento che il padre di Hasan (e solo il padre) poteva “scegliere” di rimanere con Hasan, costringendolo a decidere se abbandonare il resto della propria famiglia in pochi secondi.

Il padre si sarebbe avviato quindi anche lui verso l’uscita, insieme con la moglie ed il figlio minore. Hasan sostiene che gli ufficiali olandesi avrebbero potuto decidere della sopravvivenza della sua famiglia.

Mehida Mustafic, moglie di Rizo, fatto uscire dalla base nonostante fosse stato inizialmente sulla famosa lista dei 29 “salvati”, ha protestato per la sostituzione del giudice e ha detto che non si aspettava una cosa simile in un paese come l’Olanda, ma che avrebbe cercato comunque di avere fiducia nella giustizia.

Alma, la figlia di Rizo, ha denunciato l’attitudine irrispettosa degli avvocati dello Stato olandese di fronte al dolore delle famiglie ed alle testimonianze dei sopravvissuti. Dietro le formule giuridiche, ha ricordato, c’è la perdita di una persona, che poteva essere salvata. Alma ha poi concluso: “Io ora sono cittadina olandese, e dato che non siamo cittadini di serie B, sono qui a nome di mio padre per chiedere giustizia.”

Alcune anziane madri di Srebrenica se ne stavano in ultima fila, commosse, mentre altri giovani donne e uomini cresciuti in Olanda, come Alma e Damir, sono venuti a portare sostegno a questa battaglia. Una seconda generazione poliglotta di attivisti della memoria, che si porta nel cuore quel che è successo a Srebrenica, e chiede una riparazione simbolica dei torti subiti 13 anni fa, prima che si possa voltare pagina. Il verdetto sarà emesso in settembre.
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