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Il cinema turco vince a Sarajevo

28.08.2007    Da Sarajevo, scrive Nicola Falcinella

Ozer Kiziltan durante la conferenza stampa (www.sff.ba)
All’edizione di quest’anno del Film Festival di Sarajevo ha vinto il film dell’esordiente Ozer Kiziltan, “Takva – A Man’s Fear of God”. La cronaca del nostro inviato
L’uomo timorato di Dio che viene turbato dall’incontro con i religiosi ipocriti ha vinto il 13° Film Festival di Sarajevo chiusosi sabato scorso. Al turco “Takva – A Man’s Fear of God” dell’esordiente Ozer Kiziltan è andato il premio Heart of Sarajevo della giuria presieduta dall’attore Jeremy Irons. Una vittoria meritata in un consesso di dieci pellicole del sudest europeo senza punte d’eccellenza. Il cinema turco ha ricevuto un altro riconoscimento per Saadet Isil Aksoy migliore attrice per “Egg” di Semih Kaplanoglu.

Gli altri premi hanno distinto le altre pellicole più interessanti del lotto: il bosniaco Saša Petrović miglior attore “It's Hard to be Nice“ di Srdjan Vuletić, premio speciale della giuria a "I'm from Titov Veles" della macedone Teona Strugar-Mitevska e menzione speciale alla giovanissima attrice ungherese Maria Varga per “Iszka's Journey”. Tra i cortometraggi è proseguito il percorso fortunato del rumeno “Valuri - The Waves” di Adrian Sitaru, con menzioni speciali per “Tripe and Onions” dell’ungherese Marton Szirmai e “The Hole” del croato Marko Šantić.

Lo Special Heart of Sarajevo Award è stato invece consegnato all’attore Steve Buscemi, “amico di lunga data del Festival”, che nella grande Heineken Arena all’aperto ha presentato due pellicole: “Delirious” di Tom Di Cillo di cui è interprete e “Interview” che ha diretto e interpretato con Sienna Miller. L’edizione del festival, contrassegnata sempre da una bella presenza di pubblico (soprattutto nelle proiezioni serali e per le proiezioni di film locali) e di addetti ai lavori, ha visto come sempre tante star. Come Juliette Binoche e Michael Moore (il suo “Sicko” è stato presentato nella serata finale), o giovani registi di spessore come il rumeno Cristian Mungiu (“4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” è stato uno degli eventi più seguiti) e il tedesco d’origine turca Fatih Akin.

Tra le iniziative in crescita e da sostenere il Cinelink e il Talent Campus, nel primo le nuove produzioni cercano le risorse necessarie per essere realizzate, il secondo – sull’esempio di Berlino – riunisce per una settimana i talenti emergenti e gli offre possibilità di confronto importanti. Tutte ragioni che fanno del Sarajevo Festival il punto d’incontro ormai indispensabile per tutto il cinema del sud-est europeo.

Tornando al film vincitore, il protagonista Muharrem (il bravo Erkan Can) è un uomo timorato di Dio. Un umile introverso che vive di preghiera e di astinenza sessuale, un impiegato qualsiasi di mezz’età che vive in un tradizionale quartiere di Istanbul. Un giorno la sua devozione e affidabilità viene notata dai capi di un gruppo religioso: lo assumono per incassare gli affitti delle loro molte proprietà ma non tutto va liscio. Il buono che rinvia le scadenze alle famiglie che non possono versare è redarguito dai religiosi. Nel frattempo Muharrem scopre l’ipocrisia e la doppia vita dei suoi superiori. Il nuovo ambiente ha effetto sul suo inconscio: sogna in continuazione di essere a letto con la stessa bellissima donna. Visioni che contrastano con il suo comportamento esteriore. Kiziltan è feroce nel mettere in ridicolo l’ipocrisia dei religiosi, che in fondo sono esponenti di un qualsiasi gruppo di potere che profitta della propria posizione.

“Iszka's Journey” di Csaba Boollok è una storia quasi dardenniana di una dodicenne che rivende i metalli trovati fra i rifiuti in una cittadina mineraria e viene picchiata dalla madre alcolista perché non porta a casa abbastanza soldi. Chiusa in un istituto con la sorella più piccola, Iszka continua a lottare per la vita. Il regista la segue con la camera sempre addosso, riuscendo a farne emergere tutta la carica vitale, spiegando e giudicando il meno possibile.

Avrebbe forse meritato un premio il serbo “Huddersfield” di Ivan Zivkovic. Tre amici trentacinquenni, l’amichetta minorenne di uno di loro e il vicino psicologicamente labile si rincontrano nella campagna della Vojvodina. Una resa dei conti – ma non tragedia – tra chi se ne è andato e chi è rimasto a impazzire nella Serbia ai margini dell’Europa.

Spicca la prova di Nebojsa Glogovac, protagonista anche del buon “Klopka – La trappola” di Srdjan Golubovic, presentato nella sezione “Focus” dopo essere stato al Festival di Berlino. Miki Manojlovic è una figura diabolica che compare all’improvviso nella vita di una giovane famiglia che ha bisogno di denaro per curare il figlio. Offre al padre 30.000 euro perché uccida un uomo. Spinto dalla disperazione e dalle continue crisi del ragazzino manterrà fede al patto scellerato senza riuscire a salvarsi perché la vendetta non si ferma davanti a nulla.

Fuori dai premi “The Living and The Dead” di Kristian Milic (coproduzione Bosnia Croazia) che riprende lo spunto che era già stato realizzato meglio da Dino Mustapic in “Remake”: la guerra di Bosnia negli anni ’90 sarebbe stato un ricorso storico di quella fra partigiani, cetnici, ustascia e nazisti nei ’40. Nel 1943 una formazione di croati bosniaci viene uccisa in montagna e sepolta in una radura. Nel ’93 negli stessi luoghi combatte il nipote dell’unico sopravvissuto di allora: scaverà la tomba ai commilitoni nell’identico punto degli altri. E in un finale pessimista il film di guerra volge in una pellicola di zombie con morti di due epoche diverse che si rialzano e si mescolano ai vivi. Non è casuale che di entrambi i conflitti si siano prese date mediane, quando la fine delle ostilità era ancora ben lontana. Come dire che quelli rimasti in vita è come se fossero morti, e quelli uccisi fantasmi dai quali non ci si può liberare. La rappresentazione della guerra mondiale è carica di epos e mostra un comportamento composto dei soldati. Dei protagonisti della guerra dei ’90 viene mostrata invece la cialtroneria. Mettere in ridicolo la guerra fratricida non ancora digerita sembra solo un modo per prenderne le distanze e non farci i conti.

Un esercizio di incastri all’insegna della casualità della vita è “Short Circuits” dello sloveno Janez Lapajne. Tanti brevi incontri fra un conducente di bus che trova un neonato abbandonato, una dottoressa che si invaghisce di un uomo tetraplegico per un incidente stradale, un padre che non riesce a salvare il figlio che si è ferito a morte con un fucile. Ma l’insieme è poco incisivo.
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