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Spazio ai documentari al Film Festival di Sarajevo

31.08.2007    Da Sarajevo, scrive Nicola Falcinella

Una scena del film "Interrogation"
Una ricca produzione di documentari, molti incentrati sul tema della guerra degli anni novanta, ha caratterizzato il Film Festival di Sarajevo alla sua 13° edizione. La rassegna dei principali docufilm presentati nella capitale bosniaca
Come spesso capita, al 13° Festival di Sarajevo, le cose più interessanti si sono viste tra i documentari. La quinta edizione del concorso ha visto, tra i venti in gara, tra cui diversi giovani alle primi opere, il successo del bosniaco “Interrogation” di Namik Kabil, già sceneggiatore di “Kod amidze Idriza” di Pjer Zalica. Un’indagine per capire come le persone superano il trauma della guerra, ovvero come imparano a negare il passato per sopportare il dolore del ricordo. Un film dove il non detto prevale sulle parole e rende, più di tanti discorsi, l’idea di quel che ancora si vive in Bosnia.

Il premio “Human Rights Award” è stato assegnato al bulgaro “The mosquito problem and other stories” di Andrey Paounov, mentre una menzione speciale è andata al serbo “Echo” Marko Popović. Anche questo documentario ha a che fare con le conseguenze della guerra, ambientato in un ospedale psichiatrico dove si incontrano molti veterani con le loro strampalate e distorte visioni del mondo. Un luogo che per il regista è metafora del disfacimento del Paese.

Un lavoro importante di indagine continua a farlo Alen Drljevic insieme al giornalista Seki Radoncic che fa da sceneggiatore. Dopo “Karnival”, in “Esma” i due seguono la moglie di Advo Palic, il generale bosniaco “tradito” da Mladic a Srebrenica nel 1995. Il film comincia con le immagini di Mladic che assicura l’incolumità al militare nemico. Una promessa che sa di trappola: dopo 12 anni Esma Palic continua a cercare almeno il corpo del coniuge. Quando visita l’ennesima fossa comune o si reca al centro di Tuzla per conoscere i risultati degli esami sui resti umani rinvenuti, non sa se essere felice o delusa quando sa che non appartengono al marito.

Con la PTSD – la sindrome da stress post traumatica che affligge molti reduci di guerra hanno a che fare “Fantasy” di Aldin Arnautovic e “Bad Blue Boys” di Branko Schmidt. Il primo segue, con un montaggio rapido e la musica a rendere drammaticamente astratto il tutto, tre persone che si incontrano per sessioni di cura e dove realtà e fantasia e allucinazioni si confondono. Schmidt, uno dei maggiori registi croati di oggi, è andato fra alcuni tifosi della Dinamo Zagabria, quelli dei famosi scontri allo stadio nel 1990 che alimentarono il clima di odio che sarebbe deflagrato nelle guerre. “Ho impiegato cinque anni per questo film, vedendolo potete facilmente capire il perché”, ha spiegato Schmidt.

Il regista segue un tifoso che entrò nell’esercito croato all’inizio del conflitto e lo combattè per intero e oggi è un emarginato senza lavoro che vive a Zagabria con moglie e tre figli. E coltiva un hobby pericoloso: in un bosco nasconde fucili, kalashnikov e mortai, che talvolta usa per delle “esercitazioni”.

Fanno coppia tra loro due documentari sulla scena musicale sarajevese, uno in concorso, l’altro presentato nell’interessante “festival bosniaco”, interessante sezione giunta alla terza edizione che permette di completare il quadro sulla produzione nazionale di documentari e cortometraggi (quest’anno particolarmente presenti i film brevi d’animazione).

Sergej Kreso racconta in “Ulica Grafita” il ritrovo della band di cui aveva fatto parte negli anni ’80, “La banda”. Un quartetto che si sciolse con la dissoluzione dell’ex Jugoslavia e i cui membri si sparsero per tutta Europa. Dopo 17 anni si ritrovano per un concerto al club Bock (l’ex Fis) di Sarajevo per un concerto emozionante.

I “Sikter”, che tra il ’95 e il ’96 ebbero un momento di notorietà in Italia accompagnando Vasco Rossi in tour, sono raccontati in “I was dreaming of a Smirnoff Buffalo” di Timur Makarevic. Una band provocatoria e contraddittoria, che non voleva essere una band come le altre e infatti non lo fu: incise dischi (uno con Brian Eno) che non furono mai pubblicati.
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