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Un ponte è un ponte

23.07.2004    Da Mostar, scrive Andrea Rossini

Chi ha amato Il Vecchio amerà anche questo. Ma non si può ritenere che oggi siano definitivamente sconfitte le posizioni di chi l'ha odiato fino a distruggerlo. Per adesso, con le sue pietre ancora troppo bianche, il Ponte è solo un ponte. Una possibilità
Mostar, il ponte
Al mattino, Mostar si sveglia con le note delle Bande degli Ottoni che percorrono le strade della città vecchia. L'atmosfera di festa continua dalla sera prima, con gruppi di giovani artisti che realizzavano performances nella città e sul Ponte. Oggi è la giornata della inaugurazione ufficiale. Sono attese 52 delegazioni da altrettanti Paesi. Da un punto di vista simbolico, le presenze più significative saranno quelle di Stipe Mesić e Svetozar Marović, i presidenti di Croazia e Unione Serbia e Montenegro. Alle 14.30, su di una terrazza prospicente la Neretva, a pochi metri dal Ponte, il capo dell'Ufficio di Presidenza bosniaco, Sulejman Tihić, accoglierà gli ospiti stranieri.

Le delegazioni arrivano alla spicciolata, in lunghi convogli. Passanti e giornalisti vengono tenuti a distanza dalle forze dell'ordine. Nelle ultime giornate, la questione sicurezza ha dominato i titoli dei telegiornali bosniaci. Ci sono ogni genere di squadre speciali: subacquei, alpinisti, cecchini. Gli elicotteri sorvolano la città. Il traffico è fermo dalle 6 di questa mattina fino alla mezzanotte.

Nove anni dopo Dayton, la Bosnia Erzegovina si trova in una fase di delicato passaggio. Dal prossimo anno, sarà l'Unione Europea a garantire con proprie forze armate la sicurezza nel Paese, subentrando alla SFOR, guidata dalla Nato. Anche la figura dell'Alto Rappresentante, a capo della amministrazione civile internazionale del Paese, dal prossimo anno diventerà quella di «Rappresentante Speciale della Unione Europea». Il britannico Paddy Ashdown ha già annunciato di voler cominciare da subito ad agire in questa veste.

Uno degli ospiti d'eccezione è proprio Chris Patten, ex governatore di Hong Kong, commissario alle Relazioni Esterne dell'Unione. Patten tiene fede alla promessa iniziale – solitamente retorica – di essere breve. Al centro dell'intervento proprio la questione europea: «Perchè un così grande interesse per un elemento di architettura? Perchè l'architettura rappresenta un investimento per il futuro. Il futuro della Bosnia Erzegovina è nella Unione Europea, noi vogliamo sostenere questo Paese fino ad una piena integrazione. La inaugurazione di questo Ponte è un primo passo in questa direzione.» Il programma musicale di stasera prevede l'Inno alla Gioia.

Con 7.000 uomini sul terreno e la responsabilità della amministrazione civile, si profila una missione densa di conseguenze non solamente per la Bosnia Erzegovina ma per la stessa possibilità di una politica estera della Unione. Dopo le esperienze molto più limitate in Congo e Macedonia, si tratta dell'impegno più importante. Per quanto riguarda i Balcani, a fronte dell'esito disastroso della politica dei primi anni '90, quando le varie cancellerie si presentarono in ordine sparso nella tragedia che andava profilandosi, si tratta di una inversione di tendenza. Per quanto riguarda poi i caratteri della Europa in costruzione, vale ricordare che proprio qui, tra chiese e moschee, nell'incontro secolare tra le diversità, sono rappresentate in nuce le stesse ragioni del processo di integrazione europea.

Dopo il direttore generale dell'Unesco, Koichiro Matsuura, prende la parola il Ministro degli Esteri italiano. Frattini ricorda il ruolo di primo piano dell'Italia nel finanziamento della ricostruzione del Ponte («L'Italia è stato il primo Paese donatore di quest'opera») e sottolinea la importanza che l'Italia e la intera comunità internazionale annettono alla regione dei Balcani Occidentali. Anche il rappresentante del governo italiano evoca l'Europa «della sicurezza, della pace e della stabilità» come traguardo per la Bosnia Erzegovina «dopo la tragedia della guerra etnica.»

Fino ad ora il Ponte è rimasto chiuso. Off limits. Il mio pass da giornalista serve a malapena per entrare dal panettiere. Dopo tante parole, però, non basta più guardarlo da lontano. Vogliamo raggiungere il Ponte. Mi infilo dietro Ashdown. Lui potrà pure passare, mi dico. Sono sul Ponte. Chiamo Luka, con me a seguire queste giornate. Una strana impressione. Mi sembra di esserci già stato. Attraversiamo il dorso d'asino, tra l'Alto Rappresentante e il principe Carlo. Scendiamo. Dall'altra parte, presso il Centro Culturale Francese (un Hammam allestito per ospitare mostre ed eventi artistici), c'è una personale del fotografo Zijah Gafić. Troppa gente, troppo caldo. E' ora di fermarsi, mangiare e bere qualcosa, provare a ragionare su quello che sta succedendo. Sulla domanda che in varia misura ossessiona tutti quelli che sono venuti oggi a Mostar: «E' solo una messa in scena della comunità internazionale? Cosa ne pensano i Mostarini?»

Da soli, come noto, non si ragiona. Entriamo in un bar parlando ad alta voce. Nella discussione si introducono ben presto i gestori del locale, due uomini e una donna. Loro sono nati e vissuti lì, a pochi metri dallo Stari Most.

«Non è una cosa che riguarda solo noi Musulmani, ma tutta Europa. Da qui può nascere qualcosa. Per quanto riguarda noi, ci è stata restituita la nostra identità, di cittadini, capisci? Non era possibile Mostar senza Most. Ora possiamo ricominciare.»

Nell'afa insopportabile della metà pomeriggio, nella locanda si ferma una troupe accaldata di giornalisti tedeschi. Stanno seguendo un ospite d'eccezione, Hans Koschnik, amministratore della città per conto dell'Unione Europea tra il 1994 e il 1996, sopravvissuto ad un attentato dei nazionalisti che mal sopportavano la sua politica tendente alla riunificazione della città. Tra i gestori del piccolo ristorante si sparge la voce: seduto al tavolo di fuori c'è Hans Koschnik. Il padrone esce dal bancone e riempie un piatto di dolcetti, glieli offre. «Per voi, omaggio della casa.»

Chi ha amato il Vecchio amerà anche il «nuovo vecchio Ponte». Lo attraverserà. Ma anche se oggi è una giornata di festa non siamo autorizzati a ritenere che nella Bosnia Erzegovina di oggi siano state completamente sconfitte le posizioni di chi l'ha odiato fino a volerne la distruzione. Per adesso, con le sue pietre ancora troppo bianche, il Ponte è solamente un ponte. Una possibilità.


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